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WORLD WIDE RIOTS. E L'ITALIA DOV'è?

Uscita n. 1/2011
11 settembre 2011
Se è assodato che la rete sta giocando un ruolo sempre più centrale nell'innesco dei movimenti sociali e di rivolta che incendiano il mondo, parrebbe che l'Italia sia meno interessata da questo tipo di fenomeni. A un occhio più attento però, e allargando lo spettro di ciò che potremmo definire protesta, anche in casa nostra non manca un certo fermento declinato e vissuto in chiave digitale

Se il 2008 ha proiettato Internet al centro dell’attenzione mondiale per la capacità di influenzare l’esito della campagna elettorale più importante del pianeta, del biennio 2010-2011 si parlerà probabilmente come dell’era in cui anche i moti sociali e di piazza hanno cominciato ad essere pesantemente influenzati dalla sua esistenza. Ci sono ovviamente posizioni molto diverse sul ruolo assunto da web e social media in tal senso. C’è chi è certo della loro assoluta indispensabilità per la nascita e il propagarsi dei movimenti di varia natura, chi li definisce piuttosto come una sorta di propellente prezioso per fenomeni destinati comunque a scoppiare, e chi invece a minimizza il loro peso specifico, pure riconoscendone uno.

Si propenda per l’una o l’altra posizione, forse una risposta inequivocabile al ruolo giocato dalle reti in queste circostanze l’hanno data gli stessi soggetti finiti di volta in volta sotto attacco. Il riferimento è ad esempio ai tentativi di “spegnere Internet” messi in atto in Tunisia, Egitto e Libia. Tentativi che hanno fatto inorridire, storcere il naso o sorridere, a seconda dei diversi modi di interpretare gli eventi, molti osservatori occidentali, ma che non sono poi stati tanto diversi dalle affermazioni del premier britannico Cameron, che all’indomani delle rivolte urbane in Inghilterra ha minacciato la chiusura dei social media, additandoli come strumenti funzionali al disordine e alla sovversione. Tralasciando la portata di queste reazioni – e in particolar modo l’incapacità evidente di inquadrare un fenomeno che va ben oltre la comparsa sulla scena di un nuovo mezzo di comunicazione – resta evidente che se le reti di sicuro non sono state la causa scatenante delle rivolte, hanno molto facilitato il compito chi quelle rivolte le ha messe in atto.

È per questo impossibile pensare a Tunisi, El Cairo e Tripoli senza associarvi le immagini sgranate dei video amatoriali postati su YouTube o dei flussi incessanti di tweet e post che hanno dato voce e anima alle ragioni dei manifestanti. Ugualmente, sarebbe difficile cancellare il web e i social media dal racconto della protesta degli indignados andata in scena in Spagna nei mesi scorsi, così come della mobilitazione studentesca che sta scuotendo il Cile. O, per passare ad un fenomeno totalmente diverso e del quale si è già accennato, della strana e improvvisa scarica di follia che ha attraversato l’Inghilterra poco più di un mese fa. La portata globale di questi eventi parla insomma forte e chiaro, ed afferma una verità forse molto più semplice da descrivere di quanto non si tenda spesso a fare: le reti di comunicazione innervano ormai l’intero pianeta, tendono a plasmarlo in virtù delle logiche assolutamente inedite che sottendono ai loro meccanismi di funzionamento, e sono la piattaforma sulla quale si incardinano moltissimi, se non ormai tutti gli aspetti del nostro quotidiano. Tra questi, inevitabilmente, anche i movimenti sociali e la loro organizzazione, così come a onor del vero, la risposta dei regimi, delle autorità e dei governi, che in diverse circostanze hanno mostrato una straordinaria capacità di reazione su queste piattaforme.

Tratteggiato questo fugace quadretto planetario, verrebbe da domandarsi dove sia l’Italia. Possibile, si sono chiesti diversi osservatori, che nel nostro Paese non si siano ancora verificati fenomeni di rivolta supportati dalle reti, pur in presenza di così tanti problemi e tensioni sociali? Una domanda senz’altro legittima, ma che a ben guardare sottovaluta forse alcuni eventi verificatisi di recente, che testimonierebbero invece di un vitalismo tutt’altro che marginale. Perché se infatti è vero che non abbiamo assistito finora a tumulti, o addirittura occupazioni permanenti di piazza, architettate e gestite anche grazie ai new media, lo è anche che la rete ha più volte affollato le cronache recenti per la capacità di dare sfogo, corpo e anima ad iniziative di mobilitazione.

Si potrebbe ricordare ad esempio il successo imponente nello scorso febbraio, in centinaia di piazze italiane, della manifestazione “Se non ora quando”, promossa facendo affidamento sul solo ed esclusivo tam tam della rete e nella sostanziale ignoranza da parte di partiti, sindacati e soprattutto mass media. Solo pochi mesi dopo, i social media sono tornati alla ribalta nella campagna elettorale per le amministrative e successivamente in quella referendaria. È ancora viva e forte l’immagine dello sberleffo dissacrante col quale la rete ha smontato e rispedito al mittente il colpo basso inferto sul filo del gong da Letizia Moratti a Giuliano Pisapia. Mai prima di questo momento, probabilmente non solo in Italia ma in tutto il mondo, la classica tecnica del gioco sporco come arma finale è stata disinnescata da una risata collettiva trasformatasi in un vero e proprio boomerang. E se quella risata ha potuto propagarsi e annullare le regole del gioco valse fino a quel momento, lo si deve in gran parte alla viralità intrinseca delle reti. Così come è a questo elemento che va attribuita l’informazione capillare sui referendum, una sorta di mobilitazione testimoniante che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e che anche in questo ha caso sovvertito pronostici apparentemente scontati, insinuando il dubbio che forse, nell’era del 2.0, anche senza il cono di luce delle tv e dei giornali è possibile rendere note, e vincere, determinate battaglie.

E per quanti obiettassero che le poche vicende descritte – ma ce ne sarebbero ancora tante altre, a cominciare dagli interessantissimi e riuscitissimi esperimenti di “tv in rete” promossi dalla “banda Santoro – non fanno riferimento a fenomeni di protesta duri e puri, citiamo infine e di sfuggita le recenti battaglie che hanno visto in azione i NO TAV in Val di Susa, e che tanto hanno contato, per gli aspetti di organizzazione, coordinamento e comunicazione, sulla rete e i social media. Concludendo insomma questa breve riflessione, e per smentire il luogo comune di un’Italia ferma al palo per quanto riguarda l’attivismo on line con un altro luogo comune, verrebbe da dire “Paese che vai, rivolta web che trovi”. E con un autunno incandescente alle porte, con tutti i problemi e i nodi strutturali che stanno venendo al pettine in queste ultime ore, chissà che anche in Italia non si passi dal solo sberleffo social, o dalle manifestazioni tutto sommato pacifiche convocate via Internet, a qualcosa di più drammaticamente “e-splosivo” da descrivere…


Roberto Zarro

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